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E' vero che i grandi vini si somigliano tutti?

(ottobre 2001)

Nonostante da un po' di tempo a questa parte nell'ambiente enogastronomico si faccia un gran parlare di "tipicità", di "terroir", di "varietale" (tutte espressioni usate per descrivere qualità organolettiche che trasmettono qualcosa di caratteristico mutuato dalla zona, dal microclima o dal vitigno), qualcuno sostiene che i grandi vini, o almeno quelli considerati tali, si somigliano tutti indipendentemente dalla zona e dal vitigno.

Ma cosa si intende per "somigliarsi"? Evidentemente il fatto che presentano alcune caratteristiche comuni, forse il colore, la concentrazione, il corpo, la presenza di certi aromi e così via.

Per ciò che riguarda gli aromi, va detto che un vino, oltre al "frutto" (ovvero la caratteristica più riconducibile al gusto primario dell'uva), presenta tutta una serie di aromi secondari e terziari che hanno meno da spartire col "frutto". Per i vini rossi ad esempio, si parla spesso di cuoio, cioccolato, tabacco e spezie di vario genere. Questi tipi di aroma, non direttamente riconducibili al vitigno, rendono fra loro somoglianti molti vini; dunque, più questi aromi sono in evidenza, maggiore è la similitudine.

E che dire della concentrazione e del corpo del "grande vino"? Per usare un'espressione cara a un nostro amico, si tratta quasi invariabilmente di vini che "si tagliano con il coltello", a indicare una concentrazione e una struttura di grande intensità. Non sorprende che oggi vadano di moda i cosiddetti "vins de garage", prodotti in quantità irrisorie, costosissimi ed esasperatamente concentrati, quasi delle caricature.

Dunque, per impostazione e aromi terziari sembrerebbe vero che i grandi vini si somigliano. Ma a questo punto sorge un dubbio lancinante: sono i grandi vini a manifestare queste caratteristiche, o sono queste caratteristiche a fare considerare grandi certi vini? In altri termini: sono considerati grandi solamente i vini che rispondo a caratteristiche assodate e stereotipate?

Personalmente confesso di apprezzare molto i vini che "si tagliano con il coltello": quando si affonda il naso nel calice si viene pervasi, avvolti, conquistati da intensi e appaganti aromi. In bocca sono "grassi", pieni e morbidi: il massimo.

Il problema, però, è che andare al massimo non è sempre la cosa migliore: il piacere può risiedere anche nel delicato, nel tenue, nel raffinato. E poi andare al massimo alla lunga stordisce. Inoltre non si deve dimenticare che il vino trova coronamento negli abbinamenti gastronomici, e questo fatto deve imporre alcune riflessioni. Possiamo amare la Rolls Roice, ma se c'è la neve una "Pandina" 4x4 va molto meglio; ovvero, ogni piatto ha il suo vino migliore.

Valutare la qualità di un vino in assoluto, dunque, è un esercizio con evidenti limiti. Quando infatti ci si accinge ad abbinare il vino al cibo, ci si accorge di avere bisogno anche di vini non super-concentrati, non super-corposi, non super-intensi, non "super". C'è di che pensare.

Allora forse è per contrastare - o insabbiare - la tendenza a osannare i vini "super", che oggi ci si affanna a celebrare il "terroir", il "varietale" e il "tipico". Ma per fare in modo che il "terroir" venga davvero fuori, bisognerebbe usare la barrique come un complemento, non come un "copri-tutto"; bisognerebbe capire che un vino non si costruisce, si guida; bisognerebbe capire che assecondare il mercato non è sempre la cosa migliore (a parte che per il portafoglio). Auspichiamo che sempre più aziende aderiscano a questa che potremmo definire anti-globalizzazione del vino.

In conclusione, penso che i vini più celebrati si somiglino davvero. Non sempre, però, i vini più celebrati sono i migliori.

S.G.

 

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