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Gli italiani e il vino: esiste davvero la cultura del bere bene?

I greci chiamavano il nostro paese "Enotria" per attestarne la spiccata vocazione alla vitivinicoltura. L'Italia era un immenso serbatoio di vino, conosciuto e apprezzato. Per certi aspetti oggi non è cambiato molto: si produce molto e i nostri vini sono conosciuti e apprezzati un po' dappertutto.

Ciononostante, coloro che si avvicinano al vino con passione e metodo, non possono fare a meno di scontrarsi con una diffusa "non-cultura" del vino, che si traduce spesso nella presunzione infondata di conoscere e saper giudicare il buon vino.

Ma perché noi italiani siamo così convinti di conoscere il vino? Probabilmente perché il vino fa da sempre parte della nostra vita, non è mai mancato sulle nostre tavole e lo produciamo con invidiabile disinvoltura. A chi infatti non è capitato di ricevere in regalo una bottiglia di vino "genuino" fatto dall'amico contadino?

E' proprio l'abitudine a bere il "vino del contadino" che ha forgiato il gusto popolare. Quante volte abbiamo sentito entusiastiche espressioni come "è un gran rosso, vedessi come spuma!" oppure "questo vino lo fa Tizio: non ci mette niente!" (Speriamo almeno che ci metta l'uva, verrebbe da dire!). Dunque crediamo di sapere per il semplice fatto che abbiamo sempre bevuto, così come i nostri padri e i padri dei nostri padri.

Eppure bastano poche nozioni elementari di enologia per sapere che spesso la spumosità è un difetto grossolano e che se in un vino non ci mettiamo niente abbiamo poche speranze che riesca sano e stabile (da notare che perfino il disciplinare per la produzione di vino biologico ammette l'uso dell'anidride solforosa). Quando poi si comincia ad apprezzare il vino fatto con competenza e passione, ci si rende conto del divario incolmabile che c'è fra questo e il "vino del contadino". Capita allora che, confrontandosi con amici e parenti, ci si ritrovi a parlare lingue diverse: si parla sempre di vino, ma noi intendiamo una cosa, loro un'altra. Si finisce per sembrare snob, quando invece abbiamo soltanto scoperto un mondo sconosciuto e straordinario.

Questo è il grande divario che c'è in Italia tra "degustatori" e "bevitori". Lo stesso divario che può esseci fra chi ama e conosce la musica e chi semplicemente è abituato a sentirla in sottofondo. Semplicemente due mondi diversi.

C'è da dire che negli ultimi anni, grazie anche al lavoro di alcuni editori e alle iniziative di varie associazioni, la percentuale di degustatori sta decisamente crescendo. Sempre più italiani hanno capito che occorre fare umilmente tesoro dell'esperienza di altri, che occorre essere disposti a spendere qualche soldo in più, che occorre praticare e confrontarsi. In ogni caso costoro restano una minoranza in confronto alla massa di bevitori costituita dalla quasi totalità dei cittadini itraliani.

La cultura del bere bene, dunque, esiste, anche se allo stato attuale interessa solo una piccola nicchia di consumatori. Per contro, una buona parte di italiani presume di conoscere il vino ma ha soltanto una vaga idea di cosa sia in realtà un buon vino, e spesso non è in grado di riconoscerlo e apprezzarlo.

Esiste in verità anche un'altra categoria di consumatori: sono quelli che non dedicano particolare attenzione o passione al vino, ma che rivelano uno spiccato apprezzamento per il vino di qualità, quando più o meno casualmente passa sotto il loro naso. Questi hanno evidentemente una spontanea competenza che meriterebbe di essere sviluppata e approfondita.

In ultima analisi è vero che stiamo parlando di gusto, e come si dice, "il gusto non si discute". In molti casi però questo è un detto sbagliato, perchè il gusto si può educare e affinare. Tuttalpiù uno potrebbe chiedersi se ne vale la pena, ma noi rispondiamo senza ombra di dubbio che ne vale la pena, eccome!

 

S.G.

 

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